Convegno annuale di ASIAC – Ravenna, 22-23 Novembre 2012

Il 22 e il 23 novembre si terrà a Ravenna il convegno annuale di ASIAC. L’appuntamento di quest’anno si dividerà in due giornate.

La prima giornata avrà un carattere monografico e verterà sul tema “La conservazione dei beni culturali tra Caucaso e Asia Centrale”. A questa sessione hanno già aderito Giuseppe Maino (Enea), direttore di un progetto volto alla creazione di un’agenzia per la conservazione dei Beni Culturali in Georgia, e Gaga Shurgaia (Università Ca’ Foscari di Venezia), il quale rifletterà sulle modalità di conservazione del patrimonio librario in Georgia.

La seconda giornata sarà invece di carattere generale e multidisciplinare, permettendo di presentare le ricerche in corso in Italia sul Caucaso e sull’Asia Centrale.

Chi fosse interessato a partecipare dovrà inviare agli indirizzi di posta elettronica indicati in calce il titolo dell’intervento e un breve abstract (max. 1000 caratteri) entro e non oltre il 15 di luglio. Il direttivo di ASIAC si riserva di valutare gli interventi e di procedere successivamente alle conferme.

Per partecipare al convegno si dovrà versare una quota che sarà valida anche come iscrizione all’ASIAC per l’anno 2013 (50€ per gli strutturati, 25€ per i non strutturati e per gli studenti).

Nel corso della seconda giornata si terrà anche l’assemblea annuale di ASIAC e si presenteranno alcune recenti pubblicazioni dei soci.

Gli abstract devono essere inviati a:
Aldo Ferrari (aldo.ferrari@unive.it), Gaga Shurgaia (shurgaia@unive.it) e Vittorio Tomelleri (s.tomelleri@unimc.it) per l’ambito caucasologico;

Lorena Di Placido (lorena_diplacido@yahoo.it), Aldo Ferrari (aldo.ferrari@unive.it) e Daniele Guizzo (daniele.guizzo@gmail.com) per l’ambito centrasiatistico.

Scadenziario
Termine per la presentazione dell’abstract: 15 Luglio.
Notifica dell’accettazione: entro il 15 Agosto.
Iscrizione al Convegno: entro il 15 Settembre.
Stesura del programma definitivo: 15 Ottobre.

Scarica in formato pdf:

Call for Paper Asiac – 2012.pdf

VI Giornata di Studi Armeni e Caucasici

Venezia, giovedì 22 marzo 2012

Palazzo Vendramin, Sala A
Dorsoduro 3462 – Venezia

Scarica il programma

Caucaso e Asia centrale vent’anni dopo il crollo dell’URSS

Venezia, 17 Novembre – 18 Novembre 2011

Aula Baratto, Università di Ca’ Foscari

Scarica il programma

V Giornata di Studi Armeni e Caucasici

Il 31 marzo 2011, presso l’Università di Ca’ Foscari di Venezia, si terrà la V Giornata sugli Studi Armeni e Caucasici, organizzata da ASIAC con la collaborazione dell’Associazione di armenistica Padus-Araxes.

Scarica il programma

IV Giornata di Studi Armeni e Caucasici

Il 24 marzo 2010 si terrà a Venezia la IV Giornata sugli Studi Armeni e Caucasici, organizzata da ASIAC con la collaborazione dell’Associazione di armenistica Padus-Araxes e con il patrocinio del Dipartimento di Studi Eurasiatici dell’Università Ca’ Foscari.

Scarica il programma della IV Giornata di Studi Armeni e Caucasici

Il Caucaso – Popoli e conflitti di una frontiera europea

Aldo Ferrari
Roma 2005, pp. 142

Per la sua ricchezza di usi, costumi, tradizioni, per la sua estrema complessità etnica, linguistica, religiosa, culturale, il Caucaso ha rappresentato da sempre un luogo mitico, romantico, esotico. Ma per noi europei dopo la seconda guerra mondiale era divenuto assai lontano; solamente negli ultimi anni la crisi dell’Impero sovietico lo ha riproposto alla nostra attenzione, ricordandoci che questo crogiuolo e intrico di popoli si trova da secoli collocato ad una cruciale frontiera tra Europa ed Asia, come luogo di scontro appetito da ogni parte – sia dal Vicino Oriente sia dalle steppe eurasiatiche. Dalla fine del XVIII secolo i Russi hanno iniziato una conquista che ha teso a fare dello spazio caucasico un’unica zona da tener sotto controllo all’interno di un unico sistema politico; e certo si tratta di un’area che bisogna considerare nel suo complesso, per comprenderne il rilievo storico e le ripercussioni sui vicini – anche proprio su di noi Europei. Tuttavia periodicamente questa regione ha fatto emergere al suo interno profonde divisioni, che negli ultimi anni sono ricomparse in un’area rivelatasi molto “calda”, separando i territori situati a Nord che si trovano ancora sotto il controllo russo – in cui particolarmente difficile risulta la situazione della Cecenia – dallo scacchiere meridionale. Qui le tre repubbliche della Transcaucasia (Armenia, Georgia, Azerbaigian) ritrovatesi nuovamente indipendenti nel 2004 sono state – non a caso –inserite in quella Politica europea di prossimità che costituisce un passo verso l’inserimento nella UE.

Insomma, ancora una volta il Caucaso si propone come zona di crisi legata alle tensioni internazionali che pesano su quelle terre per interessi economici e geopolitici riguardando Potenze vicine e lontane. Ma nonostante la prolungata interruzione dei contatti con realtà che apparivano a molti arretrate, condizionate da una dominante influenza sovietica, anche in una regione che comprende terre come la Georgia e l’Armenia ove nel corso dei secoli era fiorita una importante e raffinata civiltà, ben più antica quella russa che vi si è sovrapposta come dominatrice, oggi l’emergere di un cruciale problema di approvvigionamento energetico, insieme al riscaldarsi delle tensioni e dei conflitti interni e internazionali nelle zone dove l’Islam può esercitare una profonda influenza – e fra queste prima di tutto quella del “Grande Medio Oriente” compreso fra il Mediterraneo e i confini della Cina, in particolare dei territori compresi fra Mar Nero e Mar Caspio –, ci ha posto di fronte alla necessità di conoscere e valutare nuovamente tutti quei territori, di prendere decisioni rispetto a problemi economici, politici e geostrategici in cui il loro ruolo non è affatto secondario. Il Caucaso, così, ci ha riproposto il suo valore geopolitico, e le implicazioni potenziali dell’evoluzione dei territori che lo compongono anche rispetto ai nostri delicati equilibri europei. Anche per queste ragioni risulta estremamente utile poter disporre di questo volume, scritto da uno studioso della competenza di Aldo Ferrari, che riesce da un lato ad offrirci un ottimo quadro sintetico della storia di questa complessa e intricata regione, dall’altro a soffermarsi attentamente sulla situazione in cui si sono venute a trovare quelle terre dopo la caduta dell’impero sovietico, fra una serie di conflitti interni e di crescenti rivalità geopolitiche. L’analisi di Ferrari è incessantemente caratterizzata da grande equilibrio e serenità di giudizio per quanto riguarda i vari problemi posti in campo ed i numerosi ed assai complicati punti di scontro e di frizione che si sono venuti accumulando in quelle zone, e riesce a delineare con grande efficacia anche possibili scenari per il prossimo futuro, indicando con delicatezza molte delle alternative e dei “punti deboli” che i diversi protagonisti si trovano e si troveranno probabilmente a fronteggiare. Nella sua ricostruzione della storia dell’area caucasica, Ferrari analizza con cura le differenze di sviluppo tra il Caucaso settentrionale, più frammentato in gruppi tribali e più facilmente condizionato dalla vicinanza dei grandi russi, e il Caucaso meridionale, dove almeno tre popoli sono riusciti nei secoli a costituire entità statali di rilievo, data la presenza di comunità etniche più vaste e più omogenee, ma anche data la prossimità con civiltà più avanzate del Vicino Oriente, e i più intensi contatti con il Continente europeo. Per tali ragioni a queste differenti realtà nel volume sono dedicati capitoli separati, che riescono ad illustrarcene vicende e caratteristiche con chiarezza e capacità di sintesi, a spiegare le ragioni che hanno portato a quella frammentazione etnica e linguistica che ha contribuito a favorire prima l’invasione mongola del XIII secolo, poi la progressiva penetrazione dell’Islam e la pressione dell’Impero ottomano su quei territori, infine la conquista russa, con la sottomissione degli inquieti montanari del Caucaso settentrionale, l’annessione della Transcaucasia, la politica degli zar, che su quelle terre oscillava tra centralismo – prevalente – e regionalismo. Risultano infine di sicuro interesse i capitoli dedicati all’epoca sovietica ed alla politica messa in atto dai bolscevichi su quei territori tormentati, in cui Ferrari ci mostra come l’intera regione caucasica, che aveva tentato di approfittare della rivoluzione per liberarsi dai dominatori russi ed acquisire proprie forme d’indipendenza, sia stata forzatamente ricondotta nell’orbita di una Russia divenuta sovietica. Un inserimento avversato soprattutto dai montanari musulmani del Caucaso settentrionale, mai del tutto domati dai “nemici” russi, avversi alle politiche di collettivizzazione e ai tentativi di distruggere la loro struttura sociopolitica di tipo clanico. Mentre i popoli della Transcaucasia, pur risentendosi dell’imposizione del dominio sovietico, si erano trovati stretti fra la pressione russa proveniente da Nord ed il timore provato nei confronti di una Turchia che nel 1915 aveva posto in essere nei confronti degli Armeni uno spaventoso genocidio – il primo genocidio del XX secolo; e in una situazione di questo genere perfino la Russia bolscevica poteva perfino essere vista come un fattore di “protezione”. Si era avviata così una nuova fase storica – l’intera regione caucasica soggetta all’URSS – in cui, come scrive Ferrari, tutti quei territori subirono una politica di “ingegneria nazionale” sovietica che tentava di riorganizzare amministrativamente, culturalmente e linguisticamente su base “nazionale” popolazioni la cui identità era in primo luogo di carattere religioso e tribale o clanico. Una politica che ha naturalmente incontrato forti opposizioni, ma che ha comunque in parte finito con il modificare la situazione, determinando la creazione o il rafforzamento di identità nazionali. I suoi effetti si sono quindi trovati all’origine di molte delle tensioni e dei conflitti che oggi caratterizzano quella tormentata regione: problemi a cui Ferrari dedica capitoli di grande interesse, in cui si tratta del Caucaso postsovietico e dei suoi rapporti con la Federazione Russa, sia per quanto riguarda le regioni settentrionali che ancora ne fanno parte – qui un capitolo è dedicato alla particolarmente “calda” questione cecena –, sia per quanto riguarda gli Stati nazionali emersi in Transcaucasia. E qui si pone un panorama internazionale in cui il ruolo del Caucaso appare particolarmente complesso e ricco di punti interrogativi, collocato com’è tra la politica di Putin volta a ricostituire almeno parzialmente l’Impero perduto, la crescente presenza degli Stati Uniti, le vicinanze a volte minacciose, a volte “convenienti”, di Stati come l’Iran o la Turchia, dove la tradizione islamica è in varie forme presente. E, ricordiamoci, v’è pure, comunque ineludibile, il ruolo potenziale di un’UE a cui diversi popoli del Caucaso guardano con crescente insistenza. Bisognerà compiere delle scelte, prendere posizioni; da questo punto di vista una più adeguata conoscenza del complesso contesto di quelle terre, dei loro conflitti presenti e di quelli potenziali è comunque indispensabile; e volumi come questo sono davvero un utile contributo.

Bianca Valota

Breve storia del Caucaso

Aldo Ferrari
Milano, Carocci, 2007, 152 pp.

Questo libro di Ferrari è un contributo storiografico di grande rilievo, perché costituisce la prima sintesi storica dedicata al Caucaso nel suo insieme. Da sempre, infatti, la forte differenziazione esistente tra la parte meridionale del Caucaso e quella settentrionale ne hanno scoraggiato lo studio in un’ottica unitaria ed in un arco cronologico che vada dalle origini ai giorni nostri. È questo invece il compito che si è proposto Ferrari e che ha portato a termine con successo. Fra i meriti del libro, va anzitutto segnalata l’ampia bibliografia, l’equilibrio con cui Ferrari si muove fra visioni storiografiche confliggenti, la perizia con cui affronta i difficili problemi di trascrizione di nomi di persone, popolazioni e luoghi di un’area che è linguisticamente una delle più ricche al mondo e dove ogni scelta si connota inevitabilmente in una precisa direzione storica o politica. Vorrei brevemente accennare alla innovativa scelta terminologica per cui Ferrari ha scelto di parlare di Caucaso settentrionale e non di Ciscaucasia e di Subcaucasia per la zona meridionale, proprio per uscire da un’ottica russocentrica, che implicherebbe già una scelta di posizionamento. Ferrari traccia una storia della regione che tiene conto del profilo geografico, etnografico, linguistico, religioso e che non trascura nessuna epoca storica. Dopo avere trattato l’epoca antica e quella medioevale, si concentra su aspetti fondamentali delle vicende che hanno avuto luogo fra il XVII ed il XIX secolo, fra l’epoca di Pietro il Grande e quella dell’ultimo zar Nicola II, in cui è avvenuta la conquista russa del Caucaso, che lo zarismo ha tentato di controllare, ma non è riuscito ad integrare nell’Impero. Di questo processo egli traccia un’ampia panoramica che ci conduce direttamente ai problemi attuali, evidenziando molto bene la questione del rapporto continuità/rottura fra esperienza russa, sovietica e post-sovietica. E senz’altro la parte che Ferrari dedica al Caucaso contemporaneo è di grande interesse data l’odierna rilevanza geopolitica e strategica di questa regione che si colloca al centro del cosiddetto grande medio oriente e cioè lo spazio ricchissimo di risorse energetiche che va dalle coste orientali del Mar Nero alle frontiere della Cina. Come ricorda Ferrari l’esito più appariscente della dissoluzione dell’URSS è stato l’indipendenza delle tre repubbliche subcaucasiche Georgia, Armenia, Azerbaigian, mentre il Caucaso settentrionale è rimasto all’interno della Federazione russa, riproponendo una divisione tradizionale, vieppiù complicata dalla dinamiche proprie del periodo di transizione fra l’epoca sovietica e quella attuale, in una regione in cui si gioca una complessa partita internazionale. In questo scenario il principale protagonista resta inevitabilmente la Russia, che da un lato vuole tenere Caucaso settentrionale nei suoi confini, per evitare un moto centrifugo da parte di altre Repubbliche, e dall’altro cerca di parare in Subcaucasia l’influenza di Stati Uniti ed Unione Europea. La penetrazione statunitense nel Caucaso è infatti una realtà sviluppata su diversi livelli: il progetto di collegare il petrolio ed il gas dell’Asia centrale con il Mediterraneo, costituendo una via della seta del XXI secolo, è infatti estremamente seducente per gli Stati Uniti che taglierebbero fuori la Russia. L’intenzione di impedire una ricomposizione dello spazio ex-sovietico è del resto un obiettivo che gli Stati Uniti possono ragionevolmente condividere con alcuni paesi ex-sovietici, quali per esempio Georgia, Uzbekistan, Ucraina, Azerbaigian e Moldavia (complesso di paesi designato con l’acronimo GUUAM) e senz’altro con i paesi ex-satelliti ora entrati nell’Unione europea cui non sorride la prospettiva di vedere la Russia reintegrata nel ruolo di grande potenza ai confini con l’Europa e quindi potenzialmente minacciosa. In questo contesto, la spinosa questione del Caucaso settentrionale, in cui rientra la martoriata Cecenia viene trattata con competenza ed equilibrio. Nel capitolo dedicato alla Subcaucasia attuale, Ferrari offre poi un ricco quadro dei rapporti fra Georgia, Armenia, Azerbaigian a livello interregionale ed internazionale, che fa giustizia di molte frettolose analisi avanzate nel primo periodo post-sovietico. La propensione filo-occidentale di Georgia e Azerbaigian è proporzionale alla riluttanza ad entrare nell’orbita di Mosca. Diversa è invece la posizione dell’Armenia, che ha una collocazione geopolitica estremamente delicata. I contenziosi aperti con Georgia ed Azerbaigian, il problema sempre presente d’una Turchia che con il crollo dell’URSS e l’avvicinamento alla UE si è fatta più vicina, hanno ridotto i suoi spazi di manovra, compromettendo possibilità d’accordo con i vicini e finendo per legarla all’asse Mosca-Teheran più di quanto avrebbe desiderato. Nonostante le divisioni, tutti e tre i paesi della Transcaucasia guardano con speranza ed interesse all’Europa, che tuttavia è rimasta in secondo piano rispetto a Russia e Stati Uniti, consapevole di non avere gli strumenti per reggere un coinvolgimento nelle questioni di sicurezza, fatti salvi gli interventi dell’OSCE per attenuare i conflitti interetnici. La sua politica è stata volta all’incremento della cooperazione economica, mentre è mancata una visione strategica su quest’area, che tuttavia sarà necessario mettere a punto nel prossimo futuro, perché il Caucaso, anche se sempre diviso fra Nord e Sud, è ritornato ad essere una frontiera tutt’altro che marginale fra il Vicino Oriente e il mondo euroasiatico: il rischio è che diventi una faglia geopolitica, occasione più di conflitto che di sviluppo.

Giulia Lami